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4 ottobre 2014

PCB Caffaro: l’inchino dell’ASL agli industriali

caffaro«Il sito Caffaro lo abbiamo studiato abbastanza. Adesso dobbiamo procedere con le bonifiche»: questa la considerazione di Loredana Musmeci, direttrice del dipartimento ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità, ieri a Brescia per il convegno sul sito Caffaro, organizzato dall’Asl.

Se la bonifica del sito Caffaro procede molto a rilento (e manca addirittura un piano per risolvere il problema delle altissime concentrazioni di Pcb e diossine sotto il capannone di via Milano) proseguono invece gli studi per capire i pesantissimi effetti sulla salute pubblica. Il punto dei lavori è tracciato il 22 settembre al convegno organizzato all’associazione industriale bresciana.Sede che non ha mancato di creare un’aspra polemica con il coordinamento dei comitati ambientalisti, che ha parlato di un «inchino» dell’Asl agli industriali. Polemiche che per i vertici dell’azienda sanitaria «sono strumentali»: serviva un’aula che contenesse 320 iscritti al seminario, tutto qui («perché non chiederla all’università» ha però controreplicato la Lascialfari).

Polemica a parte, che cosa è emerso nel convegno?

GLI STUDI EPIDEMIOLOGICI: TUMORI RECORD PER I LAVORATORI

Innanzi tutto sono stati ricordati tutti gli studi epidemiologici fatti sino ad oggi: su tutti quello «Sentieri», che ha provato a mettere in correlazione l’incidenza di alcuni tumori (melanomi, linfomi non-hodgkin, tumori alla mammella) con l’esposizione ai policlorobifenili prodotti dall’azienda di via Milano per mezzo secolo, fino al 1984. Ebbene, è stato ricordato come i bresciani con più di 40 anni abbiamo una concentrazione record di questi veleni nel loro sangue. Concentrazione che aumenta molto per coloro che hanno mangiato alimenti prodotti nelle zone inquinate, dove l’erba per i foraggi era bagnata dai fossi dove la Caffaro scaricava i veleni. Solo nel 2013 si è scoperto che i Pcb sono arrivati fino a Capriano del Colle, ed hanno contaminato i loro abitanti. È stato anche aggiornato lo studio su mille lavoratori, dove i morti per tumore sono stati del 22% superiori alle attese. Dati drammatici quelli relativi all’incidenza di tumori al fegato, al sistema linfopoietico, alla pelle, allo stomaco e ai polmoni. Studi che confluiranno nel nuovo approfondimento voluto dall’Asl che si avrà tra un anno e mezzo, per capire il peso reale, per ciascuno dei 30 quartieri cittadini, dell’incidenza di melanoma, non-Hodgkin e tumore alla mammella. Quindi i Pcb (che lo scorso anno la Iarc ha inserito in classe 1, cancerogeni certi) sono responsabili di quali tumori? «Ci sono evidenze sufficienti per il melanoma, ed evidenze limitate (ma presenti) per il tumore alla mammella e il non-hodgkin» ha aggiunto Pietro Comba, dirigente del dipartimento ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità: mentre per il tumore al fegato (dove a Brescia ma anche in provincia ci sono un numero record di casi) «stando alle attuali conoscenze non si può secondo la Iarc trovare un nesso sufficiente di causalità».

MELANOMI, ALLARME NELLA ZONA EST. NON HODGKIN IN VALTROMPIA

Il record di melanomi (un’incidenza superiore al 40%) si trova nella zona est della provincia, spostandosi verso il Garda: un aspetto legato probabilmente anche al più elevato status socio-economico dei soggetti malati, che hanno fatto più vacanze e più diagnosi, la spiegazione del dottor Michele Magoni, responsabile dell’osservatorio epidemiologico dell’Asl di Brescia. Il record di non Hodgkin si trova invece in Valtrompia (+17%)

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