Rovato 5 stelle

28 aprile 2015

Radio Padania: la mangiatoia di soldi pubblici della Lega Nord

radio_padaniaNel 2001 la Lega al governo realizza una norma che permette alle “radio comunitarie” di occupare le frequenze radiofoniche libere gratuitamente fino a ottenere una copertura nazionale. Le radio comunitarie sono: Radio Maria e Radio Padania.

Così Radio Padania comincia a occupare frequenze gratuitamente a discapito di tutte le altre radio “normali” che per le stesse frequenze avrebbero dovuto pagare ingenti somme.

Radio Padania occupa le frequenze e poi le rivende o le permuta incassando ingenti somme. I principali partner commerciali di Radio Padania in questa vicenda sono RTL 102,5 e RADIO 101. RTL 102,5 è di Suraci, imprenditore calabro-lombardo vicino alla Lega. Radio 101 invece è del gruppo Mondadori ovvero Berlusconi, al governo con la Lega in quel momento.

L’appetito vien mangiando: nel 2003 la Lega fa una norma che destina UN MILIONE DI EURO proprio a Radio Padania. A cui vanno aggiunti per il giornale La Padania della Lega i 36 MILIONI DI EURO di finanziamento pubblico all’editoria presi dal 2003 al 2012.

Radio Padania vede incrementare il suo patrimonio da 100 mila a 2MILIONI di euro. Nel 2014 abbiamo fatto un’interrogazione.

Com’è finita? Ancora nessuna risposta, ma il 7 agosto, il ministero dello Sviluppo economico ha diramato una nota con cui impedisce a Radio Padania di occupare nuove frequenze a scopo di lucro. Abbiamo fermato la mangiatoia leghista!

Tante radio per stare sul mercato hanno fatto sacrifici, alcune hanno chiuse e altre sono in grosse difficoltà. In questi dieci anni, Radio Padania non ha fatto concorrenza sleale potendo acquisire frequenze gratiuitamente e rivendendole? A tutele di tutte le radio il MoVimento 5 Stelle ha allertato l’authority antitrust. Dopo aver ricevuto la nostra segnalazione, l’authority ha aperto una pre-istruttoria per comprendere se ci sono state storture nel mercato radiofonico.

Roberto Fico e Riccardo Nuti, portavoce M5S Camera

22 aprile 2015

Fuori dall’euro: è possibile firmare il referendum presso gli uffici comunali di Rovato

no-euro-906x660Dai principi di base economici non si scappa. Nonostante l’ignoranza, la presunzione o la criminalità di chi ha introdotto l’Euro in Italia, come Romano Prodi o Giuliano Amato, la moneta deve essere lo specchio dell’economia di un Paese. Consentite la semplicità del paragone: proprio come un paio di scarpe, chi calza il 38 non camminerà bene con il 40.

Quando economie profondamente differenti come quelle europee hanno adottato la stessa moneta Euro, si è creato uno squilibrio che ha generato le sue gravi conseguenze giorno dopo giorno. Tutti i Paesi del Sud, che avevano monete più deboli dell’Euro, si sono ritrovati dall’oggi al domani con una moneta troppo forte e quindi incentivati ad acquistare prodotti esteri grazie al cambio vantaggioso. Ovvio, tuttavia, che se continuo a comprare arance dall’Austria – come imposto dalle quote nazionali europee – prima o poi i miei agricoltori chiuderanno. Ovvio, tuttavia, che se continuo a comprare BMW le mie aziende meccaniche chiuderanno. E con loro si perderanno i salari. E con loro si arresteranno gli acquisti interni. E mentre le aziende chiudono, anche lo Stato sarà costretto a rifornirsi dall’estero, aumentando il proprio debito pubblico… Attenzione allora! Gli Stati meridionali non hanno aumentato il debito perché “spendaccioni-brutti e cattivi” ma a causa dell’Euro! Guarda caso, la crisi del debito pubblico ha colpito Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia e Francia in ordine cronologico in relazione alla debolezza delle loro monete. Che coincidenza…

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14 aprile 2015

180 milioni di rimborsi: così la Lega Nord ha spremuto “Roma ladrona”

partitiIl Carroccio ha beneficiato di tutte le leggi sui contributi elettorali statali. Dal 1988 al 2013. Dal fondatore Umberto Bossi al nuovo leader Matteo Salvini. Passando per Roberto Maroni. Eppure il partito ora ha le casse vuote. E vari processi aperti per le spese pazze dei suoi vertici.

Dalla Lega Lombarda alla Lega Nord, transitando dalla prima alla seconda repubblica a suon di miliardi (di lire) prima e milioni (di euro) poi generosamente elargiti dallo Stato. Dal 1988 al 2013sono finiti nelle casse del partito fondato da Umberto Bossi e oggi guidato da Matteo Salvini, dopo la parentesi di Roberto Maroni, 179 milioni 961 mila. L’equivalente di 348 miliardi 453 milioni 826 mila lire.

Una cuccagna, sotto forma difinanziamento pubblico e rimborsi elettorali, durata oltre un quarto di secolo. Ma nonostante l’ingente flusso di denaro versato nei conti della Lega oggi il piatto piange.

Ne sanno qualcosa i 71 dipendenti messi solo qualche mese fa gentilmente alla porta dal Carroccio. Sorte condivisa anche dai giornalisti de “La Padania”, storico organo ufficiale del partito, che ha chiuso i battenti a novembre dell’anno scorso non prima, però, di aver incassato oltre 60 milioni di euro in 17 anni. Insomma, almeno per ora, la crisi la pagano soprattutto i dipendenti. In attesa che lamagistratura faccia piena luce anche su altre responsabilità. A cominciare da quelle relative allo scandalo della distrazione dei rimborsi elettorali, che l’ex amministratore della LegaFrancesco Belsito avrebbe utilizzato in parte per acquistare diamanti, finanziare investimenti tra Cipro e la Tanzania  e per comprare, secondo l’accusa, perfino una laurea in Albania al figlio prediletto del Senatùr, Renzo Bossi, detto il Trota. Vicenda sulla quale pendono due procedimenti penali, uno a Milano e l’altro a Genova.

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12 aprile 2015

La storia ed il trucco della cava Macogna. Da cava a enorme discarica

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Immagine della Manifestazione No Discarica Macogna tenutasi oggi

Tutto inizia con la ghiaia. Si scava per decenni, il boom edilizio ha fame di materia prima. Poco alla volta i bacini si esauriscono. Parallelamente cresce a dismisura la produzione di rifiuti. Ci si potrebbe chiedere: ma cosa c’entra? C’entra eccome.

Perché scava oggi, scava domani e anche dopo, alla fine rimangono delle gigantesche buche. E allora, perché non riempirle proprio di immondizia? Poi quando saranno stipate fino all’orlo ci si pianta sopra qualche albero e anche il fronte ambientale è sistemato. Alla Macogna si coltivava un sogno, saltare la fase del conferimento dei rifiuti e passare direttamente al parco. Stiamo parlando di una gigantesca area da ben 402 ettari che si estende su quattro Comuni: Berlingo, Cazzago San Martino, Rovato e Travagliato.

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10 marzo 2015

Quanto è costato l’Unita agli italiani? Oltre 152 milioni di euro

unita_fallimentoSalvata a un passo dal fallimento, con l’accordo tra l’editore Guido Veneziani e il sindacato interno dei giornalisti, tornerà presto in edicola. Almeno lo sperano i suoi redattori e i lettori più affezionati. Ma c’è anche un bel record, firmato l’Unità, il glorioso quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924. E’ proprio lo storico giornale dei comunisti italiani ad aver incassato, più di ogni altro, fondi pubblici riservati ai giornali di partito.

In 24 anni, dal 1990 al 2013, come testata del Partito comunista (Pci), del Partito democratico di sinistra (Pds) e dei Democratici di sinistra (Ds), utilizzando tutte le fonti di finanziamento messe a diposizione dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio, l’Unità ha ricevuto dallo Stato oltre 152 milioni di euro.

Una media di 6,3 milioni all’anno, oltre 500 mila euro al mese, 17 mila euro al giorno. Punta massima di contributi pubblici (vedere tabella in basso), quella record toccata nel1995, quando arrivò ad incassare ben 8 milioni 883 mila euro.Con una notevole differenza, però, rispetto a quasi tutti gli altri organi delle forze politiche italiane che, molto spesso, non venivano letti neanche da chi al partito era iscritto: l’Unità è stato un giornale vero, con militanti che diffondevano per strada e porta a porta, centinaia di migliaia di copie vendute, lettori affezionati, abbonati. Poi i tempi si sono fatti difficili, con perdite crescenti e numerosi cambi negli assetti societari. Infine, la crisi più dura, quella degli ultimi mesi, che ha visto il giornale sparire dalle edicole e dal web. Con il lampo di luce della scorsa settimana: l’accordo in extremis tra editore e giornalisti che dovrebbe evitare il fallimento e consentire di tornare a pubblicare.

Ecco quanto ha incassato anno per anno:

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9 marzo 2015

Fukushima: dopo 4 anni il problema è più grande che mai

fukushimaIl notiziario di Bloomberg del 25 febbraio svela le preoccupazioni della Tepco, la corporation elettrica giapponese, che, a quattro anni dalla fusione del nocciolo dei reattori di Fukushima e delle barre di combustibile esauste, sta indagando le cause di un picco di livelli di radiazione registrato a febbraio nell’acqua di drenaggio riversata nell’oceano Pacifico.

Evidentemente, l’acqua piovana viene ancor oggi contaminata dal contatto con sostanze radioattive. La Tepco aveva già scoperto 23.000 becquerel per litro di Cesio 137 nell’acqua piovana accumulata sul tetto dell’edificio del reattore n° 2, quando il limite legale per il rilascio di cesio 137 dovrebbe non superare i 90 becquerel per litro. Una dose mortale, che permane e si diffonde nel tempo, in aggiunta al fatto che una simile esposizione aumenta in modo incalcolabile lo sviluppo di tumori. Evidentemente, le perdite nell’oceano sono ancora in corso, anche dopo l’evacuazione di 160.000 persone nella zona e dopo che il governo giapponese si era prefisso di bonificare 11 delle municipalità più gravemente contaminate della Prefettura di Fukushima entro il marzo 2014, per ridurre la dose annua a 1 milliSievert.

La presenza di acqua radioattiva costituisce una novità a cui l’incidente di Chernobyl non ci aveva esposto: i reattori di Fukushima, al contrario di quello ucraino, sono reattori moderati ad acqua e la fusione del nocciolo, se c’è sversamento in mare dell’acqua di raffreddamento, comporta una diffusione delle radiazioni attraverso la dinamica delle correnti e la propagazione attraverso le catene alimentari che l’oceano ospita. Purtroppo le informazioni che abbiamo seguono lo standard di segretezza e non trasparenza di tutto il sistema nucleare: nulla è sotto controllo e ormai i dati sulla contaminazione e le conseguenze sanitarie sono stati talmente nascosti e manipolati fin dall’inizio, che è veramente difficile fare bilanci e previsioni serie.

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22 febbraio 2015

Le 14 promesse di Renzi un anno dopo. Quante sono state mantenute?

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berlusconi-renzi si celebrano i primi 365 giorni del governo Renzi. Vediamo quali promesse ha rispettato in questo primo anno di mandato:

1 – L’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: se le parole di Renzi avessero qualche valore, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non sarebbe mai stato eliminato. Nel 2009 Renzi dichiarava: “io ho detto che non ho trovato un solo imprenditore in 3 anni che faccio il sindaco che mi abbia detto, Caro Renzi io non lavoro a Firenze o in Italia perché c’è l’articolo 18. Nessuno me l’ha detto. Non c’è nessun imprenditore che ponga l’art. 18 come un problema. Mi dicono c’è un problema di burocrazia, di tasse, etc” (fonte). Renzi invece ha fatto esattamente il contrario: ha demolito lo Statuto dei Lavoratori, ha abolito l’art. 18, ha consentito il demansionamento, ha consentito di sorvegliare i dipendenti sul proprio posto di lavoro e ad oggi ha mantenuto in vita tutti i contratti precari. Confindustria e Marchionne ringraziano;

2 – Le grandi opere: una battaglia che il nostro Premier voleva combattere prima di andare al governo poi, però, anche questa volta ha cambiato idea. Nel novembre 2012 alla domanda le grandi opere sono prioritarie per il Paese? Il Premier rispondeva: “NO, per 3 motivi. Uno perché le grandi opere creano meno occupazione che le piccole opere. Due perché è dimostrato che le piccole opere che riducono la congestione del traffico hanno il miglior rapporto benefici/costi. Tre perché il ritorno economico è nettamente migliore per le opere più piccole” (fonte). Renzi invece ha fatto esattamente il contrario: ha varato “lo sblocca Italia”, un decreto legge che riguarda solo grandi opere pubbliche, tralasciando le piccole. Ha consentito di trivellare il Paese, avremo più cemento e appalti assegnati in via diretta, poteri infiniti dei Commissari sulle bonifiche,rischio idrogeologico, oltre a incrementare ulteriori scandali legati ad infiltrazioni mafiose;

3 – Il Pil e disoccupazione: temi che preoccupavano molto il Premier. Nel febbraio 2014 diceva: “In 5 anni il Pil ha perso 9 punti, la disoccupazione è raddoppiata al 12,6% e quella giovanile al 41,6%. Non sono numeri da crisi ma numeri da tracollo” (fonte). Il Premier cominciava il proprio mandato in maniera molto ottimista facendo una previsione di crescita del Pil del 0,8. Ottimismo che veniva subito sbugiardato dai dati Ocse che stabiliva un calo del Pil italiano dello 0,4%. Durante il suo mandato poi la disoccupazione in Italia è cresciuta arrivando a livelli storici, ovvero quella generale al 13,4% e quella giovanile al 43,9%.

4 – Abolizione delle Province: Renzi il “risparmiatore” dichiarava che con l’abolizione delle province si risparmia! Poi affermava “io dico prudenzialmente 3.000. 3000 persone che dall’elezioni del 25 maggio smetteranno di avere un’indennità della politica e troveranno l’ebbrezza di tornare al proprio lavoro”. “Alcuni potranno dire, è poco! Ma è un segnale importante. E’ arrivato il momento di dire basta al fatto che guadagnano sempre i soliti e si inizia a tagliare sui costi e sui posti della politica” (fonte). Belle parole quelle di Renzi. Peccato però che a conti fatti si è trattato solo di fuffa. Nessuna abolizione delle province è stata fatta, bensì un semplice riordino che addirittura ha creato ben 13 città metropolitane e quindi, anziché far risparmiare l’indennità delle 3000 persone a cui faceva riferimento ha esteso l’indennità a ben altri 26.000 nuovi Consiglieri comunali e ad altri 5.000 nuovi assessori (fonte). Una vera abolizione delle province, invece, avrebbe portato un risparmio di oltre 2 miliardi di euro per l’Italia. Alla faccia del risparmio!

5 – Riforma del Senato: secondo Renzi i costi del Senato andavano ridotti. Nel gennaio 2014 dichiarava: “1 miliardo in meno all’anno”. Ma purtroppo, anche in questa occasione il nostro Premier si è sbagliato di brutto. Dopo il parere chiesto dal Movimento 5 stelle alla ragioneria dello Stato è venuto fuori che il risparmio totale della riforma di Renzi è di 49 milioni all’anno e non di 1 miliardo. Ma non solo. Secondo Renzi il Senato sarebbe il colpevole dei ritardi delle riforme. Ma così non è. La colpa è del governo. Una volta che le riforme vengono fatte, sono i governi a dover dare attuazione. Se monitoriamo i ritardi burocratici che frenano l’operatività delle misure approvate dai governi Monti, Letta e Renzi vediamo come mancano ben 511 decreti attuativi. (fonte), per cui altra falsità detta dal Premier.

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14 gennaio 2015

Il cittadino che smaschera Renzi su Facebook.

renzi-dimezzamento-parlamentariRenzi sui social network scrisse:

Dimezzare il numero dei parlamentari e l’indennità, eliminare il vitalizio per consiglieri regionali e parlamentari. Non è antipolitica ma l’unico modo per ridare dignità alla politica. Oggi Bersani ha fatto un passo in avanti in questo senso. Benissimo, Segretario, meglio tardi che mai, ma va bene così. Adesso andiamo in Parlamento con la proposta e vediamo chi si oppone…

Il 12-01-2015 il PD vota contro al dimezzamento del numero dei parlamentari per amor del Nazzareno. Ormai è palese che la parola data la mantiene solo con Silvio.

Internet a differenza di giornalisti, tv e giornali non dimentica le promesse dei politici.

 

1 gennaio 2015

BreBeMi: con 360 milioni, diventa l’autostrada più sussidiata del mondo

renzi_maroni_brebemiVa avanti senza fine la polemica sui contributi pubblici all’autostrada A35 BreBeMi dopo la mancata defiscalizzazione della società presieduta da Francesco Bettoni.

Pochi giorni fa la Regione Lombardia ha stanziato nel bilancio per i prossimi tre anni 60 milioni di euro e dopo la smentita del ministro alle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi sugli aiuti statali “aspettando di rivedere il progetto visto che si parla di un’autostrada completamente finanziata da privati”, Dario Balotta, responsabile dei Trasporti di Legambiente Lombardia analizza l’aiuto previsto con la legge di stabilità 2015 approvata e che prevede 300 milioni di euro in quattordici anni, dal 2017 al 2031.

Nata con la promessa di autofinanziarsi, la BreBeMi, con un contributo complessivo di 360 milioni, diventa ora l’autostrada più sussidiata del mondo. Prima di Natale – dice Balotta – la Regione Lombardia, nella sua legge regionale finanziaria 2015, aveva approvato il riequilibrio del malandato piano economico della BreBeMi-A35 attraverso un contributo da 60 milioni da versare in tre anni, dal 2015 al 2017. Non ancora nata, la Brebemi ha già bisogno di un riequilibrio finanziario per evitare una figuraccia planetaria. Questo sostegno economico si configura come aiuto di Stato e provocherà la reazione dei commissari europei del mercato interno e della concorrenza esponendoci a una nuova sanzione comunitaria.

A rendere i contributi pubblici una farsa ci sono gli sconti del 15% (fino a maggio) per i pendolari, annunciati da BreBeMi, la direttissima Brescia-Milano aperta lo scorso luglio e utilizzata da meno di 17 mila veicoli al giorno contro i 60 mila previsti, nettamente inferiori alle previsioni. Inoltre – termina il responsabile di Legambiente – lo sconto di 1,60 centesimi, il 15% del percorso dell’intera tratta, che costa 11 euro complessivi, non basterà a far cambiare idea agli automobilisti, perché il pedaggio costerà il 45% in più della parallela A4″.

31 dicembre 2014

Tutte le tasse di Renzie

berlusconi-renziE’ evidente: non l’ha eletto nessuno, ma è stato imposto.

Renzie non è un presidente del consiglio, è una tassa. “La manovra contiene nuove tasse, evidenti e occulte, per almeno 25 miliardi, forse 30.

Tasse evidenti:

  1. Il governo punta a recuperare 1,2 miliardi da una stangata retroattiva sui rendimenti dei fondi pensione, sulle fondazioni bancarie e sulle casse previdenziali. La mazzata riguarda anche le polizze vita nel momento in cui il capitale viene liquidato agli eredi. Senza dimenticare il Tfr in azienda che sale dall’11 al 17%
  2. Il Tfr in busta paga viene tassato più di quanto succede adesso, ossia con aliquota marginale. Inoltre il lavoratore perde la rivalutazione. Il governo conta di ottenere almeno 2 miliardi di euro.
  3. Revoca degli incentivi di una legge del 1990 che aveva dato buoni riscontri occupazionali al Sud
  4. Il governo toglie 208 milioni dal fondo che serviva alla detassazione del salario di secondo livello
  5. Le povere partite Iva, i precari e gli schiavi moderni, subiscono la stangata clamorosa sul regime dei minimi, con l’aliquota che passa dal 5 al 15%
  6. L’incremento dell’Iva sul pellet dovrebbe portare, secondo la relazione tecnica, 96 milioni di gettito

Tasse occulte (spacciate per “clausole di salvaguardia“)

  1. Il governo si accanisce su Iva e accise che pesano sui carburanti: una prima tagliola (accise) da 988 milioni potrebbe scattare nel 2015, un’altra da 700 milioni ha il countdown al 2018
  2. Se non funziona la spending review l’aliquota Iva ridotta salirebbe dal 10 al 13% entro il 2017 e l’aliquota ordinaria arriverebbe addirittura al 25,5% fra quattro anni: una bastonata da oltre 21 miliardi nel 2018
  3. Resta poi la clausola di salvaguardia del governo Letta che potrebbe ridurre le detrazioni Irpef sulle spese (cure mediche, istruzione, interessi sui mutui, ecc): il governo incasserebbe 4 miliardi nel 2016 e 7 miliardi negli anni successivi.
  4. Addio alle agevolazioni sul bollo auto per le vetture storiche per incassare 78 milioni di euro
    In più, siccome vanno accontentate l’EuroMerkel e le oligarchie della moneta unica, l’Italia ha sottratto 3,3 miliardi dal Fondo per la riduzione della pressione fiscale (quindi sono tasse che non vengono ridotte) e li ha sacrificati sull’altare del pareggio di bilancio strutturale.”

Federico D’Incà, M5S Camera

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